Raffaello Sanzio, "La scuola di Atene". Tema: la facoltà dell'anima di conoscere il vero.
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venerdì 2 aprile 2010

CONTINUIAMO A RAGIONARE

RIEPILOGO

Da poco si sono concluse le elezioni regionali 2010, finalmente riaprono i talk show ed è tempo di bilanci per tutti. Evidente la vittoria del centro-destra che strappa al centro-sinistra ben 4 regioni in più rispetto al 2005. Da nord a sud ecco come cambia la cartina politica del nostro amato stivale: al nord ormai solo la Liguria resiste allo strapotere della Lega che in Veneto supera addirittura il Pdl, mentre per la Lombardia continua ad oltranza il sultanato del ciellino Formigoni. Nel centro Italia solo il Lazio passa al centro-destra dopo gli scandali del precedente governatore Marrazzo. Al sud il passaggio di consegna riguarda la Campania e la Calabria, con tanto di ringraziamenti ad Antonio Bassolino e Agazio Loiero che durante la loro amministrazione hanno fatto collezione di avvisi di garanzia manco fossero il Presidente del Consiglio. In Puglia viene premiato il buon governo dell'amato Nichi Vendola che vince a mani basse.
DUE GRANDI SCELTE

Due i vincitori di questa tornata: la maggioranza di governo e l'astensionismo. Cosa vuol dire? Vuol dire che gli Italiani alla vigilia di queste elezioni avevano principalmente due possibilità; continuare ad appoggiare ciecamente i deliri dello psiconano o astenersi. L'opposizione? Non pervenuta. A parte Di Pietro, che rispetto alle regionali del 2005 passa dall'1,5 al 7,2 guadagnando ben 38 seggi (pur perdendo circa un punto rispetto alle Europee di un anno fa), il Pd continua ad assomigliare sempre più ad un film horror. Il solo sentire nominare D'Alema e Veltroni mette i brividi. Baffetto ci aveva provato fino all'ultimo nel cercare di perdere anche l'ultimo baluardo del sud cercando di candidare il carneade Boccia, ma costretto alle primarie si è dovuto arrendere. Quello che dovrebbe essere il maggior partito d'opposizione ormai è il nulla al quadrato, un insieme di vecchi dinosauri stanchi (non di fallire!) e senza idee. Non si capisce se sia un partito laico, ha passato tutta la campagna elettorale ad inseguire il voto moderato dell'Udc che a livello nazionale non va oltre il 5,57 (poco più si Sinistra Ecologia e Libertà per intenderci) senza sapere che ormai più moderato di loro non c'è nulla, progetti concreti e moderni non ce ne sono, i suoi candidati vanno da professori della sconfitta come Penati all'anticlericale e radicale per eccellenza Emma Bonino nella capitale dei vescovi, per non parlare dei pluri indagati De Luca e Loiero. Non si capisce neanche più se siano contro Berlusconi, mimetizzati dalle solite frasi di rito del tipo: “ non bisogna parlare sempre male di Berlusconi altrimenti si fa il suo gioco”. La convinzione è che bastasse veramente poco per portare a casa una vittoria. Se il Pd se la passa male il Partito dell'amore non se la passa tanto meglio. Le sue vittorie più importanti in Piemonte (per meno di un punto percentuale) e nel Lazio (meno di tre punti, nonostante la Bonino fosse stata completamente abbandonata a se stessa ) sono arrivate al foto-finish, rispetto alle Europee di meno di un anno fa non c'è regione in cui il Pdl non abbia perso voti. Si passa dal – 7,4 in Piemonte, il dato più preoccupante al nord, ai – 11,9 della Campania e – 12,1 della Puglia fino al punto massimo di calo in Basilicata del – 14,1. La verità è che il Berlusconismo se non è in crisi è quantomeno in sensibile calo. Lungi da me voler sottovalutare un fenomeno (in)culturale così radicato e potente, ma a me sembra che chi sta attorno a lui (non ultimo Fini) inizi a capire che ormai lo psiconano non esiste più, viene tenuto in vita solo per mantenere unita una destra sempre più spaccata al suo interno, e a quanto pare anche la gente pare cominci a capirlo. Come una vecchia rock-star, coperto da una maschera di cerone per non tradire minimamente i segni del tempo, arringa le piazze con i suoi pezzi più famosi: “contro di me complotti e calunie dai pm” e la folla adorante: “seeeeeeeee”, “Santoro e Travaglio fanno della Tv pubblica un uso criminoso” standing ovation dei manifestanti, “Noi siamo l'amore loro sono l'odio” (il prossimo potrebbe essere noi siamo belli e buoni loro sono brutti e cattivi) è il trionfo del populismo. E dulcis in fundo come “Albachiara” per Vasco o “Satisfaction” per i Rolling Stones ecco che arriva il gran finale: “Sono stato perseguitato dalla magistratura comunista” la gente impazzisce, è orgasmo collettivo. Come i nostalgici Mussoliniani o una qualsiasi religione ci si lascia guidare dal pensiero di un morto, da un lifting di un metro e cinquanta coi tacchi che cammina e che ormai è in grado di ripetere solo le stesse cose. Come la religione cattolica ha il suo papa da seguire fino alla morte così la religione Berlusconiana ha il suo: il profeta da Arcore. Per carità ci vorranno anni prima di liberarci dall'indottrinamento apportato nel corso degli ultimi venti anni al nostro paese grazie alle sue televisioni spazzatura, ma speriamo di essere sulla buona strada. Come si suol dire una volta toccato il fondo si può solo risalire.
Per tutte queste ragioni, dove ha potuto, la gente ha preferito votare Lega Nord. Infatti se il Pdl ha perso consensi ovunque la Lega ne ha acquistati praticamente ovunque, mettendo la freccia nel Veneto e sorpassando i colleghi (compagni non è il caso) di coalizione. I risultati sono straordinari ma non sorprendenti: + 10,4 in Lombardia, + 8,2 in Piemonte, ma soprattutto + 20,4 in Veneto e perfino + 8,8 in Toscana rispetto alle regionali scorse del 2005. A tutto questo vanno aggiunti i primi due governatori leghisti d.o.c. Cota in Pimeonte e Zaia in Veneto (delle sei regioni conquistate dal centro-destra la corrente principale del Pdl Forza Italia divide le poltrone dei governatori equamente con gli alleati, 2 alla Lega, 2 FI e 2 AN). Un trionfo dovuto ad una serie di fattori sintetizzabili nella “crisetta” del Pdl, nella sempre di moda caccia allo straniero, ormai sport nazionale nella quale i leghisti sono modestamente i campioni in carica, oltre che per la presenza nelle liste della “trota” Renzo Bossi vero e proprio fiore all'occhiello delle liste Leghiste. Impossibile perdere con dei candidati così! Ora sarà interessante vedere gli sviluppi all'interno della maggioranza con il senatùr che andrà prontamente a riscuotere poltrone dopo lo tsunami verde che ha travolto queste elezioni.
LA TERZA VIA

Per chi non voleva fare a meno del proprio diritto costituzionale al voto, ma allo stesso tempo si sentiva toppo sporco e peccaminoso per aderire al caritatevole partito dell'amore, il MoVimento a 5 stelle ha rappresentato una valida alternativa; è stato il partito votato dai non votanti. All'accusa di aver fatto perdere l'ex governatrice Mercedes Bresso in Piemonte Beppe Grillo ha risposto che se lei non si fosse presentata lui avrebbe vinto. Dipende dai punti di vista quindi. In realtà Beppe Grillo fin dalla nascita del suo movimento ha sempre sostenuto di voler mandare a casa tutti. Destra e sinistra per lui non fa differenza, il suo intento è quella di portare un gruppo di cittadini giovani e apolitici ad occupare posti sempre più importanti all'interno dei comuni e anche delle regioni con la forza di idee nuove, basate sulla trasparenza e la modernità. E pare che ci stia riuscendo: 3,6% in Piemonte con 2 consiglieri e 6% in Emilia Romagna 2 consiglieri e il candidato presidente Giovanni Favia che per poco non doppia quello dell'Udc fermandosi al 7%. Si potrebbe discutere molto su questo strano animale da palcoscenico, un po' comico, un po' giornalista e un po' politico, ognuno è libero di farsi la propia idea. C'è chi lo vede come un vero idolo e c'è chi lo critica per l'incongruenza dei suoi bei discorsi con i suoi effettivi comportamenti al di fuori del palcoscenico. Io mi limito a dire che mandare a casa tutta questa accozzaglia di politicanti buoni solo a prendere i nostri soldi e a distribuirli ai loro amici con un movimento apolitico che parte dal basso, ridare al popolo il suo diritto costituzionale di scegliersi i propri rappresentanti col voto di preferenza, l'obbligo di LISTE PULITE (il nostro neonato consiglio regionale lombardo è già pieno di prescritti e indagati), eliminare il conflitto d'interesse, l'obbligo dello stato di favorire le industrie a risparmio energetico, di fermare questa disperata corsa alla cementificazione e al nucleare, di creare mezzi alternativi alle automobili, internet gratutito, leggi che impediscano alle banche di praticare usura e signoraggio continuo a danno del cittadino e a vantaggio dei pochi, (e ci sarebbe molto altro) in poche parole rendere l'Italia finalmente una democrazia e non più un' oligarchia non mi sembrano cose da pericoloso populista ma concetti condivisibili e basilari che tuttavia non sento ripetere da nessuno di questi politici benpensanti. Per questo Beppe Grillo aveva provato a candidarsi come segretario del Pd. Ovviamente gli è stato impedito, con questi punti nel programma si sarebbe potuto anche rischiare di vincere! Meglio non correrre questo rischio.
I consiglieri del MoVimento a 5 stelle dunque sono dei cittadini onesti e incensurati, che non appartengono a nessun partito ma che mirano a rendere pubblico e trasparente l'operato dei consigli regionali nei quali sono stati eletti, senza l'utilizzo di mezzi di informazione come Tv e giornali ma solo con l'uso della rete. Effettivamente un'assurdità.

Fabrizio Fusco

giovedì 1 aprile 2010

Regioniamoci su: chi ha vinto queste elezioni?

In Italia le Regioni sono 20, di cui una divisa nelle Province autonome di Trento e Bolzano. In questa tornata elettorale non si è votato in 7 Regioni: quattro sono del centro-destra (Friuli, Sardegna, Abruzzo e Molise), mezza è del centro-sinistra, ossia la Provincia di Trento, due sono autonome (Valle d’Aosta e Bolzano) e un discorso a parte vale per la Sicilia, il cui governatore, dopo essere stato eletto con l’appoggio del PdL, ha fatto un rimpasto con il PD, dichiarando anche che il Berlusconismo è al tramonto. Quindi senza tener conto di quest’ultima Regione, la situazione precedente a queste votazioni era di 12 a 6, poichè nelle 13 in cui si è votato solo Lombardia e Veneto erano del centro-destra.
Quindi, nonostante in questa tornata elettorale figuri un 7 a 6 per il centro-sinistra, il risultato complessivo è positivo per il centro-destra, essendosi ribaltata la situazione: da un 12 a 6, ad un 8 a 10. E il grande cambiamento non riguarda solo il numero di Regioni, ma anche la quantità di persone che saranno amministrate dalla destra anzichè dalla sinistra: 17milioni tra Campania, Calabria, Lazio e Piemonte. La destra si è inoltre confermata in Lombardia e in Veneto. La sinistra ha mantenuto solo Liguria, Toscana, Emilia-Romagna, Umbria, Marche, Puglia e Basilicata.

Riscontrata la vittoria del centro-destra, è opportuno trattare i singoli dati a livello nazionale. Non solo è opportuno, ma è anche necessario inoltrarsi in questo tipo di analisi, perchè nonostante siano state elezioni regionali, i temi trattati in campagna elettorale sono stati sempre gli stessi, incastonati nella continua lotta tra Governo ed Opposizione, lotta che non permette di concentrarsi sugli argomenti rispetto ai quali i futuri eletti saranno effettivamente chiamati a decidere. Lo stesso vale per qualsiasi altra occasione in cui il Cittadino è chiamato ad esprimersi: per le Europee si è sentito poco parlare di Europa, e lo stesso vale per le Provinciali e le Comunali. Addirittura in un piccolo comune di 20mila abitanti, ho sentito il candidato PdL vantarsi dei rifiuti di Napoli e del terremoto de L’Aquila.
Detto ciò risulta chiaro come ad ogni elezione, ai Partiti interessi di più avere un riscontro generale della situazione, che occuparsi delle proposte utili per le votazioni. Basti vedere come si è speso il nostro Presidente del Consiglio nell’ultimo mese, facendo anche giurare i candidati presidenti di rispettare il programma da lui dettato.

Elemento protagonista è stata l’astensione, un italiano su tre non ha votato. Le cause possono essere molteplici, ma non è questa la sede per indagarle. Ci sono anche altri dati molto significativi. Delle 26milioni di persone che hanno votato (che sono il 64% dei 41milioni aventi diritto in queste 13Regioni), 1milione non ha espresso validamente il proprio voto. Ciò vuol dire che il 4% di quelli che hanno votato ha invalidato il proprio voto,vuoi di proposito (magari lasciando in bianco o insultando) vuoi per errore. Di quelli che hanno espresso validamente il proprio voto, il 10% (2milioni 700mila) ha votato solo per la lista regionale e non per quella provinciale.
Dai listini si può dedurre il risultato generale delle coalizioni prese per intero: si vede dunque che il centro-destra ho ottenuto 12milioni 160mila voti, contro gli 11milioni del centro-sinistra.
Per vedere i dati del singolo Partito dobbiamo invece riferirci alle liste provinciali, per le quali hanno votato solo 22,5 milioni di persone, praticamente la metà del totale.
A questo dato sconcertante, aggiungerei quante preferenze sono state espresse, in risposta a quelli (tra cui ci sono anch’io) che sostengono la reintroduzione delle preferenze anche per le Elezioni Politiche. Per ricavare il dato percentuale, mi sono riferito solo alla provincia di Milano, che suppongo possa essere un buon esempio. Le preferenze espresse, rispetto al numero dei voti dati alla lista, vanno dal 6% di Forza Nuova, al 30,6% di Rifondazione Comunista, ma in generale la media è attestabile intorno al 20% (29%PdL-16%Lega-21%PD-16%IdV-23%UdC-29%Sinistra e Libertà). Ciò significa che 4 elettori su 5, pur potendo, non hanno espresso la preferenza. Il che sembra piuttosto poco in un Paese che si continua a lamentare dello scarso peso decisionale del singolo cittadino.

Vediamo quindi come sono andati i singoli partiti, nel cui conteggio dei voti tengo conto anche delle liste civiche del candidato presidente, i cui voti sono presumibilmente da attribuire al rispettivo partito.
Pdl- 7milioni 216mila (32,1%) (inclusi in particolare anche i 640mila voti della lista Polverini)
PD- 6milioni 304mila (28,1%)
LegaNord- 2milioni 811mila (12,5%)
IdV- 1milione 585mila (7,1%)
UdC- 1milione 532mila (6,8%)(775mila da sola-170mila a sx-506mila a dx)
Sinistra e Libertà- 679mila (3%)
RifondazioneComunista- 616mila (2,8%)
Il PdL ha quindi preso 1milione di voti più del PD, ma in un turno elettorale, un Partito, per sentirsi ed essere effettivamente vincitore, deve essere migliorato rispetto all’elezione precedente, che così può essere presa a parametro della reazione dei Cittadini alle proprie azioni tra le due votazioni, vedere se premiano o castigano.
Mi sembra inutile andare a guardare le precedenti Regionali del 2005, o le Politiche del 2008, perchè come ho già detto prima, qualsiasi votazione assume sempre valenza nazionale. Confrontiamo quindi questi dati con quelli delle Europee di giugno 2009, che risalgono a 10mesi fa, facendo però alcune annotazioni.
Anzitutto le Europee, nonostante la loro nazionalizzazione, destano meno interesse, e quindi il voto può essere dato più alla leggera e senza ragionare in ottica di coalizione. Secondo, possono essere date tre preferenze. Di ciò hanno approfittato alcuni partiti, in particolare PdL e IdV (quest'ultimo ha seguito il primo), che si sono giocati i volti più noti della politica nazionale, ben sapendo che anche se eletti non avrebbero rinunciato all’incarico parlamentare (vedi Berlusconi, La Russa o Di Pietro), personalizzando così il voto, ancor più che nelle odierne Regionali.
Per ottenere un dato il più vicino possibile alla realtà, al numero di voti che ogni partito a ottenuto alle Europee, vanno sottratti quelli delle sette regioni che non hanno dovuto rinnovare il proprio Consiglio Regionale. L’affluenza è stata simile (65%Europee-64%Regionali) ma tra schede invalide e liste provinciali non votate, la distanza dei voti di cui tener conto per osservare le preferenze partitiche aumenta (61%Europee-55%Regionali). Per questo pur riportandolo, il dato più rilevante non è il numero di voti, ma la percentuale dei voti sul totale. (In ogni caso un numero di voti inferiore può comunque essere segno di disaffezione).
PdL- 9milioni 230mila (37%)
PD- 6milioni 963mila (27,96%)
LegaNord- 2milioni 946mila (11,8%)
IdV- 2milioni 46mila (8,2%)
UdC- 1milione 626mila (6,5%)
Sinistra e Libertà- 834mila (3,4%)
RifondazioneComunista- 912mila (3,7%)

Vediamo quindi che tutti perdono voti: il PdL 2milioni- il PD 600mila- la Lega e l’UdC 100mila- l’IdV 500mila- Sinistra e Libertà 150mila- Rifondazione 300mila.
Osserviamo però le variazioni percentuali:

PdL -5%
Pd +0,14%
LegaNord +0,7%
IdV -1,1%
UdC +0,3%
Sinistra e Libertà -0,4%
RifondazioneComunista -0,9%

Il dato che più balza all’occhio, sono i due milioni di persone che non hanno più votato PdL e il suo calo del 5% in queste 13 regioni.
Da notare anche il Movimento 5 Stelle di Grillo, che presentandosi in appena 5 regioni, ha ottenuto ben 515mila voti, un 2,3%sul totale.
Si vede inoltre la quasi impercettibile risalita del PD e la continua crescita della Lega.
Se si andasse a votare ora per le Politiche, estendendo fittiziamente questi dati a tutte le regioni (si tratterebbe di 10milioni di persone in più), la situazione sarebbe in bilico. Ricordando infatti i dati iniziali, tra centro-destra e centro-sinistra c’è una forbice di 1milione 160mila voti. Ipotizzando un fronte unito contro la destra di Berlusconi, si può immaginare che i 506mila voti che l’UdC gli ha concesso in queste regionali, passino a sinistra,così come i 775mila ottenuti correndo da sola, allo stesso modo i 515mila dei Grillini, che pur essendo contro entrambi i poli, potrebbero anche essere disposti a ‘sacrificarsi’ per battere Berlusconi. Ci sarebbe così un rovesciamento, con una vittoria del centro-sinistra con 12milioni 700mila voti contro gli 11milioni 500mila del centro-destra.

Ho giocato molto con i numeri, ma ovviamente è bene che i voti si spostino non per essere ‘contro’ qualcuno, ma perchè ci siano state proposte degne di costituire un’alternativa valida.
Ho comunque così dimostrato, ed è importante ricordarlo, che per il momento Berlusconi non rappresenta la Maggioranza degli italiani, bensì poco più di 1/4 (per quanto riguarda queste regionali solo 12milioni su 41milioni), dovendo tener conto di astensioni e invalidità varie. Ha quindi sì l’onore di rappresentare tutti quanti, (non essendoci alternativa a un Governo della maggioranza relativa nel nostro sistema elettorale), ma contemporanemente ha il dovere di portare avanti gli interessi di tutti, e non solo quelli di coloro che lo hanno votato ed i propri. A maggior ragione quando quasi 3/4 degli italiani non lo hanno votato.
Jacopo De Angelis

LE LISTE (POCO) PULITE DELLA LOMBARDIA

Berlusconi questa volta ne era certo, l’aveva promesso a tutti e del resto si sa che quando il nostro premier promette qualcosa fa di tutto per non deludere i suoi elettori: all’inizio della campagna elettorale, quando promise liste pulite per le elezioni regionali, tutti lo derisero, persino alcuni dei suoi alleati erano parecchio scettici, ma lui non diede peso a tutte le calunnie e si fece paladino della lotta alla corruzione, tanto da farla diventare il suo cavallo di battaglia.

Le elezioni sono finite e un dato è certo: Berlusconi è ancora il leader indiscusso e lo è in particolare in Lombardia, dove i consensi sono alle stelle. Ed è così che il governatore uscente, Roberto Formigoni, si prepara al suo quarto mandato: la coalizione PdL e Lega ha ottenuto il 56,1% dei voti contro il misero 33,27% della coalizione PD, IDV e Sinistra Ecologia e Libertà, guidata da Filippo Penati che incassa la sua seconda sconfitta in meno di un anno (nel 2009 battuto da Guido Podestà alla provincia di Milano e ora da Formigoni per la presidenza della regione).

Gli elettori della sinistra però devono stare tranquilli: Berlusconi ha promesso liste pulite e quindi non si ripeteranno più casi come quello dell’assessore Prosperini, arrestato per tangenti, o di Lady Abelli (Rossana Gariboldi), arrestata nell’inchiesta sui fondi neri per la bonifica del quartiere Milanese Santa Giulia, o ancora casi come quello del consigliere Rinaldin, arrestato per truffa aggravata e falso ai danni della regione Lombardia, di corruzione e finanziamento illecito nell’ambito dell’inchiesta sul lido di Menaggio a Como.

Ma ora basta: le liste devono rimanere pulite!

A neanche un giorno dalle elezioni si scopre che l’assessore uscente Massimo Ponzoni, rieletto al Pirellone (sede degli uffici della giunta regionale in Lombardia) nella provincia di Monza con 11069 preferenze, è indagato per bancarotta fraudolenta, assieme a moglie e cognato, nell’inchiesta sul fallimento dell’immobiliare “Il Pellicano”. Ponzoni e famiglia detenevano il 17,5% delle quote della società; le restanti quote appartenevano a Massimo Buscemi (17,5%), già assessore regionale, ora rieletto al Pirellone, a Giorgio Pozzi (17,5 %), già consigliere regionale, ora rieletto al Pirellone, la già nominata Rossana Gariboldi (17,5 %) ed il restante 30% a Sergio Pennati, un imprenditore per ora estraneo alla politica.

Sempre per restare in famiglia, il marito della ormai pluri citata Rossana Gariboldi, Gian Carlo Abelli, già deputato in Parlamento per il PdL, è stato anche lui stranamente rieletto al Pirellone; su “il faraone”, come viene simpaticamente soprannominato, ci sarebbe parecchio da dire: in primis Abelli agiva come procuratore del conto “Associati”, presso una banca di Montecarlo, dal quale sono passati 2,4 milioni di euro di fondi neri per i quali la moglie ha già patteggiato due anni di reclusione con pena sospesa, dopo aver trascorso tre mesi in carcere, pagando 1,2 milioni di euro; in secundis, cosa assai più grave, Abelli, negli anni ’90, agevolò Giuseppe Poggi Longostrevi, in cambio di una tangente di oltre 72 milioni del vecchio conio, organizzatore di una truffa sanitaria ai danni della regione Lombardia per oltre 60 miliardi di lire (dopo aver giustificato la tangente come versamento per una consulenza, Abelli fu processato per false fatture ma fu assolto dall’accusa di frode fiscale perché nel frattempo il governo Berlusconi emanò una legge che depenalizzava la falsa fatturazione).

Per adesso, l’obbiettivo liste pulite, almeno in Lombardia, sembra essere fallito, ma c’è dell’altro: il consigliere regionale Gianluca Rinaldin, anche lui già citato, dopo aver trascorso 44 giorni agli arresti domiciliari, torna in politica e lo fa facendosi rieleggere proprio al Pirellone per la provincia di Como.

Ma in Lombardia, e soprattutto in provincia di Milano, i problemi gravi sono ben altri: i clan della ‘ndrangheta Papalia-Barbaro, infatti, sembrano ormai totalmente ramificati in regione e a fare gli interessi dei boss è un immobiliarista, Alfredo Iorio, un uomo molto scaltro che ha capito che senza contatti politici è difficile concludere affari importanti. Nelle intercettazioni messe in atto dalla Guardia di Finanza di Milano sul telefono di Iorio è emerso che l’immobiliarista avesse contatti con tre politici eletti al Pirellone con la lista del PdL: “Noi abbiamo Stefano Maullu, abbiamo Colucci, abbiamo Giammario”. Ovvero Stefano Maullu, vice-coordinatore provinciale del PdL e assessore regionale, ora rieletto al Pirellone; Alessandro Colucci, già consigliere regionale, ora rieletto al Pirellone; Angelo Giammario, capogruppo PdL al comune di Milano, ora anche lui eletto al Pirellone.
Le indagini sono ancora in corso e per adesso non è stato preso nessun provvedimento nei confronti dei tre, quindi non è detto che fossero consapevoli del sostegno che fornivano a Iorio… Certo è che le intercettazioni a loro carico sono molto pesanti e mi chiedo come mai, con tutti i militanti PdL in Lombardia, non si è deciso di escludere i tre dalle liste in favore di altri (magari un po’ più puliti).

Per quanto riguarda invece la lista bloccata che accompagnava Formigoni in Lombardia, ce l’hanno fatta solo in otto:
1) Roberto Formigoni: già presidente di tre mandati, quindi ineleggibile per la legge n°165/2004; inoltre il 1 dicembre 2009 ha ricevuto un avviso di garanzia, assieme a Letizia Moratti (sindaco di Milano) e Guido Podestà (Presidente della provincia di Milano), nell'ambito di un'inchiesta su ambiente e inquinamento, per lo sforamento dei limiti di inquinamento del PM10, previsti in 35 giorni l'anno
2) Paolo Valentini Puccitelli: sostituisce Gibelli al secondo posto per evitare che, in caso di decadenza di Formigoni, la regione passi ad un leghista
3) Doriano Riparabelli: militante PdL, ex Forzista e addetto al palco di Silvio Berlusconi che recentemente è stato picchiato nella sede PdL di viale Monza a Milano dal collega Stornaiolo, ex AN, per discordanza di opinioni; il suo nome è stato inserito all’ultimo momento nella lista, a discapito del candidato proposto dal ministro Bondi, poiché insoddisfatto per l’esclusione (questa fu una delle cause che portò alla necessità di presentare firme invalide)
4) Roberto Alboni: ex militante di AN che propose di arruolare squadre di falchi per combattere la minaccia dei piccioni in piazza Duomo
5) Nicole Minetti: ex showgirl e igienista dentale di Silvio Berlusconi, una delle tante “veline” criticate per scarse competenze politiche anche se dotate di procaci curve
6) Giorgio Puricelli: fisioterapista del Milan
7) Andrea Gibelli: esponente della Lega Nord che si è auto-proclamato successore di Formigoni e proprio per questo motivo è stato declassato dal secondo al settimo posto
8) Cesare Bossetti: arrestato in passato con l' accusa di reticenza dopo una deposizione come teste

Dulcis in fundo è stato eletto nella lista della Lega Nord di Brescia Renzo Bossi, figlio di Umberto, soprannominato dal padre “la trota”, anziché il delfino, poiché bocciato per tre anni di seguito alla maturità ed inoltre noto alla cronaca come geniale inventore di un giochino su internet chiamato “rimbalza il clandestino” e aderente ad un gruppo del social network Facebook intitolato “legittimo torturare i clandestini”.

Purtroppo, dopo una breve analisi dei candidati eletti, posso affermare che l’obbiettivo liste pulite sembra essere totalmente fallito, ma non disperatevi cari elettori: siamo lo stesso in ottime mani…

Amodeo Emanuele

lunedì 8 marzo 2010

Elezioni Regionali

In periodo pre-elettorale (soprattutto in questo), sembra utile ricostruire il modo in cui ci è data la possibilità di partecipare a un importante momento di democrazia. Utile soprattutto in un momento storico in cui si tende a tenere all’oscuro il cittadino dei meccanismi con cui può contribuire all’andamento della vita democratica. Questo perchè il cittadino è considerato come un mero produttore di consenso, e perchè non si capisce che a volte la forma fa la sostanza. (é per esempio sostanziale la differenza tra un sistema elettorale maggioritario e uno proporzionale).
Ogni regione è libera di adottare il sistema elettorale che preferisce, senza però poter eccedere i vincoli costituzionali. Se la Regione (a Statuto ordinario) non provvede a fornirsi di un proprio sistema, il meccanismo è disciplinato da due leggi statali, ossia la legge 108/1968 e la legge 43/1995, e una legge costituzionale, la numero 1 del 1999. Solo alcune Regioni ne hanno adottato uno proprio, mantenendo comunque come base quello comune: per esempio in Toscana non è possibile esprimere preferenze, in Campania si possono esprimere due preferenze, ma la seconda deve essere necessariamente per una persona di sesso femminile.
La disciplina prevede che il capolista della lista regionale (c.d. listino del Presidente) che ha ottenuto la maggioranza relativa dei voti sia eletto direttamente Presidente di Regione (ove per maggioranza relativa si intende che è sufficiente avere ottenuto un voto in più dei concorrenti presi singolarmente; concetto contrapposto a quello di maggioranza assoluta, per cui è necessario ottenere il 50% più uno dei voti).
Oltre alle liste regionali, ci sono anche le liste provinciali. Ogni lista provinciale deve essere necessariamente collegata a un Listino. Il numero dei candidati per ogni provincia non può essere superiore al numero, già previsto, di consiglieri che saranno eletti in quella provincia, nè inferiore a 1/3 di tale numero. Il Listino invece dovrà essere composto da almeno dal 10% dei seggi del consiglio regionale.
Sono varie le modalità con cui è possibile esprimere il proprio voto:
1- Votare il Presidente e una lista provinciale ad esso collegata
2- Votare il Presidente e una lista provinciale scollegata (c.d. voto disgiunto)
3- Votare il Presidente e basta (il voto non avrà effetti sulle liste collegate)
4- Votare la lista provinciale e basta (il voto andrà anche al Presidente)
In ogni caso è prevista la possibilità di esprimere una preferenza per un candidato della lista provinciale.
Dopo avere stabilito la vittoria del Presidente e che il candidato Presidente che è arrivato secondo è eletto membro del consiglio regionale, i seggi vengono così ripartiti:
1- Se le liste provinciali collegate ottengono il 50% o più dei seggi, sarà assegnato al listino solo il 10% dei seggi
2- Se le liste provinciali collegate ottengono meno del 50% dei seggi, il 20% dei seggi sarà assegnato al Listino,di cui quindi vengono eletti tutti i candidati.
a) se il Listino ha ottenuto meno del 40% dei voti, e la somma dei seggi ottenuti dalle liste provinciali e dal Listino è inferiore al 55% dei seggi, è assegnato un numero di seggi aggiuntivi tale da arrivare al 55% dei seggi
b) se il Listino ha ottenuto più del 40% dei voti, e la somma dei seggi ottenuti dalle liste provinciali e dal Listino è inferiore al 60% dei seggi, è assegnato un numero di seggi aggiuntivi tale da arrivare al 60% dei seggi
Si deduce quindi che le elezioni regionali si basano su un sistema maggioritario, essendo nominato Presidente chi ha la maggioranza relativa, ed essendo il consiglio eletto per 1/5 con un sistema maggioritario, a cui si aggiungono altri correttivi in direzione maggioritaria.
Per sistema elettorale si intende quindi quel meccanismo che regola le modalità di votazione e di elezione dei candidati.

Altra cosa è la disciplina che detta le regole per la presentazione delle candidature, sancita, anche per gli enti locali, da leggi dello Stato. Ed è questo l’oggetto di tante polemiche di questi giorni.
Vediamo quali sono i documenti necessari per una valida candidatura. Ma prima due piccole premesse: quando e dove presentarli?
Quando: entro le 12 del ventinovesimo giorno antecedente le elezioni (in questo caso entro mezzogiorno del 27 febbraio), avendo a disposizione anche il giorno precedente.
Dove: a) le liste provinciali presso la cancelleria del Tribunale presso il quale ha sede l’ Ufficio Centrale Circoscrizionale.
b) le liste regionali presso la cancelleria della Corte d’ Appello del capoluogo regionale presso la quale è costituito l’ Ufficio Centrale Regionale.
I documenti necessari sono molti, soprattutto per chi è poco incline ad avere rapporti con la burocrazia.
1- Documenti riguardanti il candidato:
a) dichiarazione di accettazione della candidatura( che può essere presentata al massimo in tre circoscrizioni provinciali, e non in liste diverse, e massimo in due regioni).Con firma e autenticazione della firma.
b) certificato che attesti che il candidato sia elettore di un Comune della Repubblica, rilasciato dal Sindaco.
2- Indicazione di due delegati per la presentazione delle liste, che sono gli unici a poter dichiarare il collegamento tra liste provinciali e regionali, e viceversa. Inoltre nominano i rappresentanti di lista provinciali, che saranno presenti al momento della votazione e dello scrutinio presso il seggio elettorale.
3- Contrassegno di lista. Bisogna consegnarne tre modelli, delle dimensioni prescritte, e non devono essere identici nè confondibili con i simboli di partiti notori o già presenti in Parlamento o già depositati.
4- La dichiarazione di presentazione della lista, che è il documento più importante e che in questi giorni è oggetto di discussione. Esso è infatti composto da vari elementi necessari.
Tale dichiarazione deve essere sottoscritta da un numero di elettori che varia a seconda del numero di abitanti della provincia(da 750 per le province con meno di 100mila abitanti, a 3000 per le province con più di 1 milione di abitanti).
Stessa cosa per le liste regionali. In particolare per le Regioni con più di 1 milione di abitanti, devono esserci dalle 3500 alle 5000 sottoscrizioni. (è il caso del Listino ‘Per la Lombardia’ di Formigoni,pdl). Non si può sottoscrivere più di una lista, pena un’ammenda dai 200 ai 1000 euro.
Le sottoscrizioni devono essere poste su appositi moduli, che devono avere: il contrassegno della lista, nome e congnome, data e luogo di nascita del candidato e del sottoscrittore, con indicazione del comune di residenza di quest’ultimo.
La sottoscrizione (ossia la firma) deve essere autenticata da un Pubblico Ufficiale, che deve indicare le modalità di identificazione del sottoscrittore (ad esempio tramite carta d’ identità), il luogo ed infine la data dell’autenticazione (che può essere antecedente al massimo di 6mesi alla data di presentazione delle liste). In questo caso, sono da ritenersi Pubblici Ufficiali: notai, giudici di pace, sindaci, assessori comunali e provinciali, presidenti dei consigli comunali e provinciali (che possono anche incaricare dei funzionari). Questi Pubblici Ufficiali possono operare solo nel territorio di propria competenza.
5- Devono infine essere consegnati anche dei certificati che attestino che i vari sottoscrittori siano effettivamente elettori di quella circoscrizione. Certificati che si ottengono dal Sindaco e che possono essere anche collettivi.

Le liste vengono presentate nei termini predetti dai delegati, nelle mani del cancelliere, che redige il verbale. Si raccomanda al cancelliere di segnalare subito eventuali vizi che egli sia già in grado di conoscere (per esempio un numero insufficiente di sottoscrizioni).
Le liste vengono poi consegnate al rispettivo Ufficio Centrale, composto da tre Magistrati, che entro 24 ore devono aver finito di controllare la regolarità delle liste, ossia la regolarità dei documenti sopra elencati. Nel caso siano riscontrate irregolarità, deve essere effettuata in giornata una comunicazione ai delegati interessati, che possono ricorrere contro la decisione entro 24 ore dal ricevimento della comunicazione. Da sottolineare il fatto che sono già previsti i casi in cui i vizi possono essere sanati: se il numero di candidati nella lista è superiore al limite previsto, vengono cancellati gli ultimi nominativi; se la dichiarazione di accettazione del candidato o se il suo certificato elettorale non sono validi, viene cancellato il nome del candidato; se il simbolo della lista è identico o confondibile con altri, ciò viene subito comunicato ai delegati di lista che entro le 9 del giorno dopo devono sostituirlo.
Si nota così come siano già previste delle modalità di sanamento dei vizi, sia da parte dei giudici, che da parte degli stessi interessati (vedi la sostituzione contrassegno di lista).

Viste le regole, vediamo ora i fatti avvenuti negli ultimi giorni.
I Radicali, che hanno vista esclusa dalla competizione la propria lista per insufficienti sottoscrizioni (lista Bonino-Pannella), hanno fatto un esposto all’ Ufficio Centrale, chiedendo l’esclusione dalla competizione elettorale delle liste di Penati (PD) e di Formigoni (PdL,nella foto) per alcune irregolarità negli atti di presentazione.
Premettendo che l’Ufficio avrebbe comunque esaminato le liste, ecco le richieste dell’esposto, con le rispettive decisioni (risalenti all’ 1 marzo):
-alcuni certificati elettorali sono stati rilasciati prima che il sottoscrittore stesso firmasse, ma ciò è possibile, poichè potrebbe ben essersene munito prima di firmare
-la chiusura della lista di Formigoni (ossia 24 febbraio) è stata effettuata in epoca posteriore a quella effettivamente sottoscritta da buona parte dei firmatari, che quindi hanno firmato su una lista diversa da quella alla fine presentata, ma è un vizio non rilevabile dall’Ufficio, perchè basato su articoli di giornale, la cui veridicità è di difficile verifica
-alcune autenticazioni sono invalide per mancanza: a) della data (121); b) del luogo (229); c) della qualifica dell’ autenticante (28); d) del timbro (136)
Quindi solo ques’ ultimo punto è stato rilevato sussistente dall’Ufficio, che ha quindi dichiarato invalide 514 autenticazioni, che sottratte alle 3935 presentate, rendono invalida anche la lista di Formigoni, perchè sottoscritta da solo 3421 elettori, inferiori per numero ai 3500 previsti.
Alla lista di Penati sono state invalidate 173 sottoscrizioni, ma tale lista rimane comunque sopra le 3500 (sono infatti 3622).

Al ricorso subito presentato, l’Ufficio Centrale della Corte di Appello di Milano, composto dai giudici Bonaretti, Colombo e Barbuto, ha deciso ancora per l’ esclusione della lista (in data 3 marzo), decisione immediatamente impugnata da Formigoni presso il T.A.R (Tribunale Amministrativo Regionale). Vediamo le decisione e le rispettive nuove lagnanze (del nuovo ricorso al TAR).
Innanzittutto l’Ufficio ha riconteggiato le sottoscrizioni, che sono risultate 3872 anzichè 3935. Di queste ne ha ritenute valide solo 3628 (244 no), alle quali vanno ancora sottratte le 514 che presentano dei vizi nell’ autenticazione. Sono quindi solo 3114 le sottoscrizioni valide, ne mancano 386 per arrivare a quota 3500. Nel ricorso al TAR Formigoni (ovviamente tramite i suoi legali) sostiene che questo ampliamento dell’ ambito di decisione non è legittimo, anche perchè non dà motivazione del perchè 244 sottoscrizioni sono ritenute invalide. (vero è che non viene data motivazione, ma un Ufficio, che peraltro ha in questo caso il dovere di controllare la regolarità delle liste, ben potrà ritenere di conoscere anche nuovi elementi, se importanti ai fini della decisione).
I tre Magistrati, nel riconfermare l’ invalidità dell’ autenticazione di 514 sottoscrizioni, si rifanno all’ art. 21,2 del DPR 445/2000, che così recita: “l’autenticazione è redatta di seguito alla sottoscrizione e il pubblico ufficiale, che autentica, attesta che la sottoscrizione è stata apposta in sua presenza, previo accertamento dell’ identità del dichiarante, inidicando le modalità di identificazione, la data e il luogo dell’autenticazione, il proprio nome e cognome e la qualifica rivestita, nonchè apponendo la propria firma e il timbro d’ ufficio.” Da ciò l’Ufficio deduce che le formalità sono il risultato di una scelta del legislatore, che ha tipizzato l’atto di autenticazione per renderlo idoneo a produrre i suoi effetti. Le formalità qui previste costituiscono quindi il minimo essenziale per assicurare la certezza della provenienza della sottoscrizione dal soggetto che figura averla apposta, non essendo possibile trovare un criterio adatto a distinguere tra requisiti essenziali e requisiti meramente accidentali. A sostegno di ciò ci sono anche alcune sentenze del Consiglio di Stato (ultimo grado di giudizio della Giustizia Amministrativa). Inoltre, anche tenenendo conto delle firme autenticate senza il timbro, si arriverebbe comunque solo a 3250. Quindi il timbro è l’ unico requisito che può ritenersi non essenziale, perchè tra i pubblici ufficiali previsti ci sono anche i consiglieri comunali, che sono normalmente sprovvisti di timbro.
A ciò nel nuovo ricorso si controbatte con le seguenti motivazioni: che possono essere depennate solo le sottoscrizioni prive di autenticazione, e che eventuali vizi delle autenticazioni stesse non siano rilevanti, perchè ciò non è espressamente previsto (ma non si capirebbe allora perchè prevedere che le sottoscrizioni vadano autenticate, se tanto non sono importanti le regole che prevedono le modalità di autenticazione.), a meno che non ci siano carenze talmente evidenti da dimostrarne l’ inesistenza. Sostenendo così la distinzione tra requisiti essenziali e accidentali, negata precedentemente dall’Ufficio. Nello specifico Formigoni sostiene che appunto il timbro non è elemento invalidante, come già ammesso dall’Ufficio. Ritiene anche la data di autenticazione una pura formalità perchè essa è sicuramente compresa nei termini stabiliti per legge (ossia tra la data di scadenza di presentazione delle liste e i 6 mesi precedenti), poichè se c’è scritta la data di elezione, significa che i comizi elettorali sono già stati convocati, e dato che questi sono convocati 2 mesi prima delle elezioni, c’è la certezza che i tempi siano stati rispettati. Alla mancata qualificazione dell’autenticante si può ovviare guardando il suo timbro, che corrisponderà alla qualifica. Anche per quanto riguarda la mancata indicazione del luogo il ricorrente ritiene che vi si possa risalire guardando il timbro.

Premettendo che il 6 marzo il TAR ha deciso una sospensiva delle decisioni dell’Ufficio Centrale impugnate da Formigoni, perchè la presentazione delle liste era già stata verbalizzata e perchè effettivamente, per legge, in questa materia, possono essere impugnate solo decisioni avverse al diretto interessato. Ha quindi riammesso la lista di Formigoni alle elezioni, consentendo la stampa dei vari cartelloni elettorali e delle altre procedure. Ma non in maniera definitiva, come detto dallo stesso Formigoni che ha sostenuto di essere sempre stato in corsa e di aver vinto questa battaglia, ma in via provvisoria. Il TAR dovrà infatti ora decidere nel merito se la lista è stata presentata con un numero sufficiente di sottoscrizioni valide. Anche se si appurerà che i Radicali non erano legittimati a presentare l’esposto. La riammissione è stata decisa solo per evitare che venga rovinata la campagna elettorale a chi potrebbe essere successivamente ritenuto in regola, ma niente impedisce che poi venga esclusa la lista.

Vediamo quindi come potrebbe decidere il TAR.
-Innanzitutto potrebbe andare a verificare se effettivamente si è verificato quanto dichiarato nell’ esposto presentato dai Radicali (vedi sopra), cioè se la lista di candidati non sia stata cambiata più volte nel corso delle sottoscrizioni, e ciò basterebbe da solo a invalidare molto sottoscrizioni (ma ciò si può verificare solo se è stata fatta una domanda tempestiva da una delle controparti chiamate in causa, tra cui c’ è anche Penati).
-Secondo. Dovrà verificare i motivi che hanno condotto all’ invalidazione di 244 sottoscrizioni (che sono le firme vere e proprie,ad esempio se uno si firma jd,anche se autenticata, tale firma non è valida, mentre i vizi dell’ autenticazione riguardano la procedura di accertamento).
-Terzo. Dovrà ritenere valide le autenticazioni prive di timbro (secondo la giurisprudenza del Consiglio di Stato).
-Quarto. Dovrà verificare che nei fogli, dove manchi la data di autenticazione, ci sia scritta la data delle elezioni, così da avere la certezza che sia stata fatta nei limiti dei termini fissati (vedi sopra).
-Quinto. Dovrà controllare che nelle autenticazioni in cui l’autenticante non sia qualificato, che ci sia il timbro.
-Sesto. Per quanto riguarda la mancata indicazione del luogo dell’autenticazione, non penso possa essere accolta la tesi del ricorrente, secondo la quale si può risalire al luogo, dal timbro. Il Pubblico Ufficiale può autenticare solo nel territorio di propria competenza (ad esempio se è un consigliere comunale può operare solo all’ interno del proprio Comune). Quindi, non essendo indicato il luogo, il timbro, eventualmente posto in un altro Comune, indicherebbe come luogo di realizzazione dell’ autenticazione un luogo diverso da quello ove effettivamente è stata posta la firma.
Vero è che già l’Ufficio Centrale ha affermato nella sua seconda decisione, che le formalità previste dal legislatore sono poste per la necessità di verificare che la presentazione della lista corrisponda effettivamente alla volontà della quota di elettori indicata. Ma questo principio (sotenuto anche dal ricorrente) andrebbe applicato anche al primo punto, e quindi tale volontà degli elettori non sussisterebbe se venisse provato che molti hanno sottoscritto una lista diversa da quella finale. Nel caso della mancata indicazione del luogo, la volontà dell’ elettore non può essere verificata da una persona che in quel luogo non ha legittimazione ad operare. Potrebbe anche essere che il luogo sia effettivamente quello del timbro, ma bisognerebbe provarlo chiedendolo a chi ha sottoscritto. Ma sarebbe possibile andare dalle 229 persone che rientrano in questa situazione, e chiederle in che luogo hanno firmato? Ammesso che sia possibile proceduralmente farlo, sarebbe accettabile una dichiarazione fatta a posteriori, dando magari la possibilità di modificare il luogo effettivo della firma? Cosa che facilmente potrebbe accadere, dato che se qualcuno sottoscrive una lista, è sottointeso che simpatizzi per essa.
Perchè un Pubblico Ufficiale possa operare solo nell’ area ad esso designata lo si capisce da sè, ma perchè non possa sancire, anche al di fuori della propria competenza, la volontà sostanziale di un elettore lo si capisce meglio da quanto affermato dall’ Ufficio Centrale nella sua decisione: “..non c’ è pregiudizio giuridicamente rilevante all’ interesse pubblico ‘ricollegato alla tutela della volontà manifestata dal corpo elettorale secondo i principi di democraiza e di partecipazione costituzionalmente garantiti’(vedi ricorso), perchè l’esercizio di tali diritti non può che svlogersi nel rispetto dei limiti e delle forme previste dalla legge”.

Quindi sono varie le decisioni possibili, ma determinanti in assoluto in termini numerici sono i punti primo,secondo e sesto (di cui sopra). Ipotizzando che il primo sia favorevole al ricorrente e il secondo contro, determinante sarà solo l’ interpretazione che il giudice darà al punto sesto sulla mancata indicazione del luogo. In generale il risultato non è prevedibile, perchè verrà esaminata ogni singola sottoscrizione con la relativa autenticazione.

Prima di arrivare al punto cruciale della vicenda riassumo brevemente la vicenda dell’ esclusione della lista del PdL della provincia di Roma. Le versioni sono varie, ma spero, nelle mia brevità, di essere il più oggettivo possibile. Il delegato del PdL si presenta alla sede del Tribunale di Roma alle 11.45 dell’ultimo giorno disponibile per la presentazione delle liste. (ricordo che il termine perentorio è mezzogiorno). Tale delegato (Alfredo Milioni) lascia per terra uno scatolone con degli incartamenti e se ne va, per poi tornare alle 12.45. Ma non lo lasciano più rientrare. C’è chi dice che era andato a farsi un panino e chi dice che era andato a cambiare dei nomi, c’è chi dice che esponenti di altri partiti gli hanno impedito di rientrare e chi invece sostiene che i portoni erano già chiusi e sorvegliati dalla polizia. Non entro nel merito della vicenda, mi limito a dire che la provincia di Roma, per il gran numero di abitanti, è determinante ai fini delle elezioni del Lazio: con questa esclusione (o mancata presentazione) delle liste del PdL dalla provincia di Roma, il risultato della candidata Governatrice Renata Polverini (nella foto) è fortemente compromesso. Per cui è stato fatto ricorso. Dopo che la Corte di Appello di Roma si é pronunciata per la non partecipazione della lista alle elezioni, ora il procedimento è davanti al TAR del Lazio.

Viste le regole di presentazione e ammissione delle candidature, ben riassunte dalle istruzioni elettorali del Ministero dell’ Interno del 6 febbraio.
Visti i fatti accaduti in Lombardia e nel Lazio.
Ecco il provvedimento varato dal Governo, il Decreto Legge 29/2010 emanato dal Presidente della Repubblica Napolitano, sottoscritto e proposto dal Presidente del Consiglio Berlusconi e dal Ministro dell’ Interno Maroni.
Vediamo prima le motivazioni e poi il testo.
Motivi. La straordinaria necessità e urgenza di consentire il corretto svolgimento delle consultazioni elettorali, assicurando l’esercizio dei diritti di elettorato attivo e passivo costituzionalmente tutelati a garanzia dei fondamentali valori di coesione sociale, presupposto di un sereno e pieno svolgimento delle competizioni elettorali.
Norme. Gli articoli sono tre, ma solo il primo è fondamentale.
Al primo comma è sancita l’ interpretazione autentica della norma che disciplina i modi e i tempi di presentazione delle liste, norma che dice che "le liste dei candidati devono essere presentate alla cancelleria del Tribunale dalle ore 8 del trentesimo giorno alle ore 12 del ventinovesimo giorno antecedenti quello della votazione". Questa norma deve essere così autenticamente interpretata: "il rispetto dei termini orari di presentazione delle liste, si considera assolto quando, entro gli stessi, i delegati incaricati della presentazione delle liste, muniti della prescritta documentazione, abbiano fatto ingresso nei locali del Tribunale. E tale presenza può essere provata con ogni mezzo idoneo."
Questo risolve la situazione di Roma, con l’ aiuto del comma 4 che dice che "i delegati che si siano trovati in quelle condizioni possono effettuare la presentazione delle liste dalle ore 8 alle ore 20 del primo giorno non festivo dall’ entrata in vigore del presente decreto."
Passiamo ai provvedimenti ‘lombardi’.
Il comma 2 prevede che le firme si considerano "valide anche se l’autenticazione non risulti corredata di tutti gli elementi previsti" dalla legge (vedi sopra), "purchè tali dati siano comunque desumibili in modo univoco da altri elementi presenti nella documentazione prodotta. In particolare, la regolarità dell’autenticazione delle firme non è comunque inficiata dalla presenza di un irregolarità meramente formale quale la mancanza o la non leggibilità del timbro della autorità autenticante, dell’ indicazione del luogo di autenticazione, nonchè dell’indicazione della qualificazione dell’autorità autenticante, purchè autorizzata."
Il terzo comma stabilisce che l’art. 10,5 della legge 108/1968 che dice che: "contro le decisioni di eliminazione di liste o di candidati, i delegati di lista possono, entro 24 ore dalla comunicazione, ricorrere all’ Ufficio centrale regionale" deve essere così interpretato: "che le decisioni di ammissione di liste di candidati o di singoli candidati da parte dell’Ufficio centrale regionale sono definitive, non revocabili o modificabili dallo stesso ufficio. Contro le decisioni di ammissione può essere proposto eslcusivamente ricorso al Giudice amministrativo soltanto da chi vi abbia interesse."
Il quarto comma infine dice che queste disposizioni si applicano anche alle operazioni e ad ogni altra attività (per esempio procedimenti davanti al TAR?) relative alle elezioni regionali, in corso alla data di entrata in vigore del presente decreto.

La legge 400 del 1988 all’ art. 15 prevede le materie che non possono essere disciplinate da un decreto legge, e tra queste c’ è la materia elettorale, che quindi può essere regolata solo da leggi emanate dal Parlamento. Ciò è previsto anche dall'art. 72 della Costituzione. Lo scopo è di evitare che che le regole del gioco vengano cambiate da una parte sola.
Se è previsto che una materia possa essere regolata solo da un determinato organo, è normale che solo esso abbia la possibilità di dare un’ interpretazione vincolante delle norme emanate in quel settore( oltre ovviamente i giudici che dovranno applicarle).
Ma anche a prescindere da questa banale regola, si può notare che nonostante il titolo sia 'interpretazione autentica di..' c’ è molto di dispositivo, e poco di interpretativo. Proprio al comma 4 non si fa mistero di cosa si stia parlando, infatti invece che ‘interpretazioni’, si dice ‘disposizioni’.
Il comma 2 dice che non sono necessari tutti gli elementi dell’ autenticazione, purchè desumibili dagli altri. Però subito dopo c’ è una smentita, si stabilisce infatti che la mancanza del timbro, del luogo o della qualificazione non possono comunque inficiare le regolarità dell’ autenticazione. Quindi nella prima parte è stabilito che non è necessaria la presenza fisica di tutti gli elementi, ma quella intrinseca della deducibilità, per cui in pratica gli elementi essenziali dell’ autenticazione (che sono: presenza al momento della sottoscrizione, data, luogo, timbro e qualificazione) devono essere sostanzialmente conoscibili. Mentre nella seconda parte si dice che data, luogo, qualificazione e timbro sono mere formalità.
A parte la palese contraddizione logica, stabilire cosa rileva e cosa no, è un’ azione ben lontana dall’ interpretare. Quindi si stabilisce che basta firmare davanti a una persona (che deve essere per lo meno un pubblico ufficiale) perchè la sottoscrizione sia autenticata. Magari anche senza sapere di essere di fronte a un pubblico ufficiale, magari pensando di firmare tutt’ altro. Se per una gara di 400 metri a ostacoli è stabilito che ogni atleta deve saltare 15 ostacoli,non si può definire un’interpretazione dire che in realtà con 15 si intende il numero massimo di ostacoli che uno può saltare, e che quindi può anche passarci di fianco, che vale lo stesso. Anche perchè poi potrebbe arrivare qualcuno e pensare di assistere a una gara di 400 metri normale. Allo stesso modo, la mancanza di formalità può far credere di sottoscrivere tutt’altro.
Ometto di parlare del terzo comma e torno a Roma. La legge prevedeva che le liste devono essere presentate entro mezzogiorno. Allora non si riesce a capire come è possibile che dal termine ‘presentate’ si possa dedurre che basta essere presenti con gli scatoloni delle sottoscrizioni nell’ edificio. E tra l’altro potrebbe anche essere possibile entrare con tutti i documenti alle 11.59, andare a chiudersi in bagno e stare lì una settimana, poi uscire fuori e dire che si è avuta un’ impellenza, ma che comunque si era entrati nei termini previsti!

Conlcudo. Gli effetti di questo decreto sono molto prevedibili, visto che è stato fatto ad hoc, cucito su misura, come abbiamo visto punto per punto. In Lombardia tutti i vizi formali, che erano stati individuati nell’autenticazione delle sottoscrizioni, non dovranno più essere considerati ai fini della regolarità. Allo stesso modo nel Lazio, si proverà che il delegato Milioni era presente con i documenti prima di mezzogiorno e avrà quindi diritto di presentare nuovamente le liste, passeggiando su un tappeto rosso agli squilli dei trombettieri in fila. Trombettate che potranno interpretarsi sia come di scherno del povero Milioni, sia come giubilo per la corsa solitaria verso le mani del cancelliere.
Ma visto il contenuto del decreto, non è da escludere che i giudici amministrativi (del TAR), che si troveranno a doverlo applicare, sollevino la questione di legittimità costituzionale. E già la Giunta regionale del Lazio ha deciso di impugnarlo mediante ricorso davanti alla Corte Costituzionale.
Jacopo de Angelis